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I Borghi più belli d’Italia in Campania | Le tappe da non perdere in Irpinia

I Borghi più belli d’Italia in Campania | Le tappe da non perdere in Irpinia

L’Italia, si sa, è il bel paese e tra piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato al medioevo e cittadelle fortificate e abbracciate da possenti mura di cinta, custodisce affascinanti borghi nascosti. 

Ma, in questo scenario, quali sono i gioielli dell’Irpinia etichettati borghi più belli d’Italia? Scopriamo insieme, questi affascinanti luoghi nascosti, patria di tradizioni e leggende, ideali per organizzare i tuoi prossimi weekend fuori porta.

Indice

Gesualdo

Il borgo di Gesualdo emerge su un’altura che guarda due valli, quella del Fredane a sud e quella dell’Ufita a nord e le sue origini risalgono all’epoca longobarda nella seconda metà del IX secolo, anche se la prima citazione del castello si ha solo nel 1137 in epoca normanna. I  Gesualdo,  che avrebbero poi a lungo retto il castello, infatti, erano normanni: il primo signore del luogo fu Guglielmo d’Altavilla, ma la figura più importante della famiglia fu Carlo Gesualdo, uno dei più importanti compositori italiani del tardo Rinascimento. 

Gesualdo è custode di numerosi scrigni di bellezza che gli valgono l’etichetta di uno dei borghi più belli d’Italia. Tra di essi, nel centro storico, emerge l’affascinante castello, fondato tra il VII e il IX secolo e documentato nel XII, che fu trasformato in corte tardo-rinascimentale da Carlo Gesualdo. Il castello è peculiare per i suoi quattro bastioni rotondi fortemente scarpati e la facciata restaurata nell’Ottocento. 

Insieme al castello, con i loro vasti saloni, loggiati e giardini pensili, i palazzi Pisapia e Mattioli formano un unico complesso architettonico.

Nel percorrere il piccolo borgo, inoltre, si trovano le fontane dei Putti (1605), d’Alabastro (1688), del Canale e l’antico lavatoio; oltre che i principali edifici di culto, vale a dire la chiesa di San Nicola, di origine medievale e ricostruita nel 1760, con grande portale in pietra; la chiesa del Rosario in piazza Neviera con l’annesso convento domenicano; la chiesa di Santa Maria delle Grazie; la chiesa di Santa Maria degli Afflitti. Il Cappellone, infine, è un monumento di estrema bellezza, costruito nella seconda metà del XVII secolo, con cupola emisferica, base quadrata e facciata in pietra, noto anche come “cappella del Santissimo Sacramento”.

Oltre alla patria di tesori, Gesualdo è terra di tre Pat (prodotti agroalimentari tradizionali) certificati: il pomodorino seccagno di Gesualdo, il sedano di Gesualdo e l’aglio dell’Ufita. È, invece, un prodotto Dop l’olio extravergine di oliva Irpinia Colline dell’Ufita, derivante in parte dalla varietà Ravece.

Gesualdo

Monteverde

Risale all’897 una pergamena in scrittura longobarda che attesta la presenza sul monte Serro della fortezza militare «castrum Montis Viridis», l’attuale Monteverde.

Nel corso degli anni il borgo è stato conquistato e dominato da varie casate nobiliari: nel 1059, il borgo è conquistato dai Normanni con l’investitura di Roberto il Guiscardo del titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia da parte del papa Niccolò II; mentre, nel 1532. Il feudo passa ai Grimaldi e nel 1695 entra nei possedimenti dei baroni calabresi Sangermano.

Monteverde sorge su un colle nell’alta valle dell’Ofanto, ai confini orientali della Campania. Il suo centro storico, arroccato intorno al castello, si adegua alla morfologia del luogo, conservando l’originario tessuto urbano dei paesi irpini d’altura, con le strette viuzze a gradoni per raccordare i dislivelli delle cerchie stradali. Passeggiando nei vicoli, si nota, inglobata in un’abitazione, una roccia plasmata dal vento a forma di elefante e l’aggregazione a schiera delle abitazioni lungo la serie concentrica di vicoli, archi e scalinate che seguono l’andamento del colle, dona compattezza al borgo.

Il castello, costruito in pietra locale sbozzata e lavorata, è dotato di quattro torrioni cilindrici posti agli angoli di una struttura a pianta irregolare, è stato trasformato da fortezza a residenza signorile nel 1744 dai baroni Sangermano.

Nelle stradine lastricate, chiamano l’attenzione i palazzi Pelosi e Spirito, abbelliti da artistici portali e  il principale luogo di culto, ovvero l’ex-cattedrale dedicata a Santa Maria di Nazareth. 

Del territorio naturale di Monteverde, inserito nella Comunità Montana Zona Alta Irpinia, inoltre, fanno parte il lago artificiale San Pietro e il fiume Ofanto con il suo l’affluente di sinistra, l’Osento: tutti luoghi nella natura attrezzati con area di sosta per pic-nic.

A livello enogastronomico, il borgo è rinomato per gli insaccati di carne suina, quali soppressata, salsiccia e capocollo, e per i prodotti caseari dell’allevamento bovino brado, come caciocavallo, scamorza, ricotta, formaggio fresco e stagionato. Vi si produce inoltre da filiera agricola, con orzo coltivato in loco, la celebre birra artigianale Serro Croce.

Nusco

Nel VII-VIII secolo, sorge il castrum di Nusco, in posizione strategica per il controllo dei valichi appenninici nelle vallate dei fiumi Ofanto e Calore. Nel 1093, nel primo documento storico che la riguarda, il testamento di Amato, Nusco compare con il titolo di civitas e come sede del vescovo e del vice-comite.Nel corso degli anni, il borgo è stato dominato da varie figure nobiliari tra cui l’ultimo duca di Puglia, Manfredi, futuro re di Sicilia e alcune delle più illustri famiglie del Regno di Napoli: i De Tivilla, i De Medania, i D’Aquino, i Gianvilla (che concessero alla comunità gli statuti municipali), e infine gli Imperiale.

Su un promontorio di 914 metri slm, terra di radicate tradizioni e memorie, Nusco è compatta e discreta nella sua architettura, silenziosa e dinamica nel pulsare quotidiano.

Al centro del suo borgo, emerge il campanile titanico, regale, alto 33 m. come gli anni di Cristo, incarnazione della cristianità che qui è identità, legame di sangue con Amato, il santo patrono (e primo vescovo di Nusco) e la maestosa cattedrale, della quale restano tracce nella cripta romanica, che sotto le sue volte a crociera custodisce le ossa di Amato. L’interno si presenta a tre navate con cappelle laterali ed è impreziosito dal presbiterio e il coro, sopraelevati, alcuni affreschi settecenteschi nella volta del coro, il pulpito ligneo del Seicento, definito il tesoro di Amato. 

Alla piazza della cattedrale, che ospita anche il seminario vescovile edificato nel 1760, si accede con un percorso che parte dall’antica Porta Superiore, sormontata dai pochi ruderi del castello longobardo, e si snoda attraverso tre vie, che costituiscono il tracciato dell’abitato medievale: via Landone, via Scarpitti, via Trinità. Passeggiando nel centro storico, è facile imbattersi in portali in pietra, stemmi nobiliari, balconi in ferro battuto, edicole votive, logge, androni con cisterne, archi, volte, piazzette, gradinate e vicoli acciottolati.

Camminando per le stradine del borgo, ci si imbatte nei palazzi nobiliari delle famiglie Ebreo, De Paulis, Meluziis, Del Giudice, Natale, Sagliocca, Saponara, Del Sordo, alcuni con cappelle private e numerosi edifici religiosi, tra i quali occorre ricordare almeno la chiesa della Santissima Trinità, con i suoi affreschi di epoca medievale, e la chiesa di San Giuseppe, dalla bella facciata tardo barocca. 

Superbo, infine, il panorama che si apre dal belvedere di Porta Molino e da via Coste, che permette di volgere lo sguardo verso il Varco di Acerno e i monti vicini fino al Vulture, l’Appennino lucano settentrionale e la Maiella.

Savignano Irpino

Ai confini con la Puglia, le origini del borgo Savignano Irpino  risalgono al neolitico e, nel Medioevo, il paese fu soggetto a diverse dominazioni e, nel 1445 si insediò la famiglia nobiliare spagnola dei Guevara.

Dopo l’Unità d’Italia e fino al 1880 l’area savignanese fu interessata da un vasto fenomeno di brigantaggio che era stato presente per tutto il XIX sec., con l’invasione da parte di numerose bande che agivano indisturbate nella zona. Anche i moti rivoluzionari del 1820 ebbero la loro eco a Savignano così come accadde per i moti del 1848.

In seguito alla riorganizzazione territoriale, successiva all’Unità d’Italia, il paese fu ribattezzato con il nome di Savignano di Puglia, pur facendo già parte della provincia di Avellino. Un secolo dopo cambiò nuovamente il nome in Savignano Irpino, esattamente nel 1964.

Il borgo conta di numerose ricchezze architettoniche che gli valgono l’etichetta di uno dei borghi più belli d’Italia. Tra esse, emerge il Castello Guevara, fondato in epoca longobarda come opera difensiva; Porta Grande, l’antica porta di accesso al paese, collocata sul lato sud della nuova cinta muraria, realizzata nel XVI secolo e racchiusa tra le case di “sotto i Finestroni” a ovest e quelle di “Dietro Corte” a est.

Tra i luoghi di culto più celebri si hanno la Chiesa Madre, di origini romaniche, presenta un interno diviso in tre navate su cui si innestano delle cappelle laterali, tra cui quella di Sant’Anna e la Chiesa del Purgatorio, ottocentesca e recentemente restaurata, che sorge lungo Corso Vittorio Emanuele e custodisce l’antica statua dell’Immacolata Concezione.

Nel centro storico, Via Dei Finestroni è una delle strade più antiche, la quale si caratterizza per una pavimentazione in pietra lavica e da abitazioni con arcate che da lontano assumono l’aspetto di grandi finestre.

La Tombola è il punto più panoramico del centro storico da cui si gode una vista della Frazione Scalo e dei confinanti paesi di Greci, Ariano e Montaguto.

Altri celebri monumenti sono il monumento ai Caduti, Fontana Angelica, detta anche “Candida”, la quale convoglia in paese l’acqua che sorge dal monte S.Angelo e che sgorga dalle bocche di tre papere in ghisa e il Mulino Normanno, detto anche “di Bethlemme”, un antico opificio in forma di piramide tagliata, asservito a un antico mulino ad acqua del XII secolo. 

Il paese offre prodotti enogastronomici che coniugano la qualità della lavorazione artigianale con il pregio della materia prima; tra essi, l’olio Ravece DOP,  latticini (Caciocavallo podolicoCaciocavallo affumicatoTrecciaScamorzaRicotta –), salumi (Soppressata irpinaCapicollo), aglio bianco dell’Ufita e miele.

Savignano Irpino

Summonte

Summonte ha una storia antichissima, attestata dai resti ultramillenari del complesso castellare e l’elemento storico più antico che definisce le origini del territorio è “la Grangia di Santa Maria del Preposito”, risalente al X secolo, ceduta in permuta all’abbazia di Montevergine intorno al 1174, in seguito nel 1229 diventò un nucleo di aggregazione del nuovo casale di Fontanelle. Le fondazioni ecclesiastiche favorirono l’accentramento abitativo, che si consolidò con la penetrazione normanna verso la fine dell’XI secolo.

Il centro storico di Summonte si sviluppa lungo tre direttrici: via Borgonuovo, l’arteria principale che attraversa l’intero abitato, dalla quale si uniscono, da un lato via Varra, che risale la collina verso la montagna e dall’altro via Arco San Nicola che si riallaccia con la strada che porta al complesso castellare. Questa conformazione urbana crea un sistema avvolgente intorno al colle sul quale si eleva la Torre Angioina, alta 16 metri ed edificata a cavallo tra XIII e XIV secolo sui ruderi del castello normanno-svevo. 

Il centro storico si caratterizza anche per la presenza di dimore di chiaro impianto cinquecentesco, con corte interna ed ingresso monumentale. Degno di nota inoltre l’Arco di San Nicola, nel Medioevo una delle porte di accesso al borgo antico. Sulla sommità dell’arco si apre un’edicola con l’immagine di San Nicola di Bari. Davanti al municipio fa bella mostra di sé il Tiglio secolare, alto 34 metri e inserito tra gli Alberi Monumentali d’Italia.

Anche questo borgo ospita alcuni dei sapori tipici della tradizione irpina, quali castagne, funghi porcini, nocciole mortarelle”; Fiano di Avellino Docg; tartufi neri del Partenio; miele irpino; soppressata irpina; caciocavallo e liquore “nocillo.

Zungoli

Zungoli è un altro caratteristico borgo medievale ai confini con la Puglia. Il paese o “terra” sicuramente già esisteva al tempo dei Romani come testimoniano monete, lapidi ed altri oggetti antichi rinvenuti. Tuttavia, la formazione vera e propria del paese si è avuta intorno all’anno 1000 con la concentrazione della popolazione sparsa delle campagne in un centro abitato difeso da mura e castello, attorno alla piazza municipio, sede di due chiese, S. Nicola e S. Maria della Neve.

I Normanni trasformarono la preesistente Torre bizantina in Rocca che, ancora oggi, si ammira nella parte più alta dell’abitato, chiusa da mura di cui sono ancora visibili alcune tracce e collegate da 4 porte corrispondenti ai 4 punti cardinali. Le strade seguono l’andamento morfologico del territorio e si presentano pertanto irregolari, strette, tortuose, con acciottolato e interminabili gradinate, secondo una tipologia di sviluppo avvolgente.

Dopo i Normanni il paese fu sotto la dominazione Sveva per poi passare alla dominazione Angioina, e infine passò sotto la dominazione Aragonese e dei Loffredo, Signori di Trevico e di Zungoli, fino alla soppressione della feudalità. Nel 1618 fu governatore di Zungoli lo scrittore e poeta Giambattista Basile, autore delle bellissime fiabe “Lo Cunto de li Cunti”.

Costruito in pietra locale, il borgo si caratterizza per l’impianto urbanistico tipicamente medioevale e per le grotte risalenti al periodo romano scavate nel sottosuolo arenario.

Tra le meraviglie di Zungoli, spicca il castello normanno costruito nell’XI secolo, fornito fino all’epoca aragonese di quattro torri cilindriche poste agli angoli e corrispondenti ai quattro punti cardinali e il convento di San Francesco dei Frati minori riformati.

Di particolare pregio è la piccola chiesa adiacente, restaurata recentemente, con la Madonna dell’Incoronata protettrice dei pastori e dei tratturi.

Se vuoi scoprire l’affascinante storia di questi borghi ricchi di cultura, tradizioni e sapori, vieni in Irpinia.

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